Resilienti per costituzione. La sfida di Anceferr dentro e oltre il PNRR. Vito Miceli su Mobility Press

Su Mobility press un articolo del presidente Vito Miceli


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C’è una parola che, tra le tante di questo periodo difficile, è entrata a far parte del nostro vocabolario. Tant’è che, dopo averla usata anche per raccontare la capacità di affrontare le gravi novità della pandemia, la ritroviamo nel PNRR, acronimo di Piano Nazionale Ripresa e Resilienza il programma di investimenti che l'Italia ha appena presentato alla Commissione europea nell'ambito del Next Generation EU, lo strumento per rispondere alla crisi pandemica provocata dal Covid-19.

 

Resilienza, dunque, capacità di resistere, di reagire, di adattarsi. Per superare un trauma, per affrontare situazioni avverse, per arginare o superare un evento catastrofico. Ebbene, noi di Anceferr abbiamo fatto della “relisienza”, ancor prima che diventasse di moda, uno dei nostri pilastri. Perché le nostre imprese che si occupano di manutenzione ferroviaria sono lì, da anni, a permettere che si superino traumi, che si ponga rimedio a problemi causati da rischi climatici o vetustà delle infrastrutture, a intervenire quando qualcosa di imprevisto o imprevedibile succede.

Prima del PNRR e dopo il PNRR al quale guardiamo con interesse e fiducia per missioni quali “Rivoluzione verde e transizione ecologica”; “Infrastrutture per una mobilità sostenibile”; “Semplificazione in materia di contratti pubblici” per l’affidamento, la pianificazione, la programmazione, la progettazione e l’efficiente realizzazione delle infrastrutture e per il rilancio dell’attività edilizia; eccoci pronti a continuare a fare la nostra parte. Ma anche a chiedere che non ci muovano soltanto gli impegni con l’Europa o le risorse e le riforme originate dalla diffusione del contagio da Covid-19.

Perché prima, durante e forse anche dopo la pandemia, ci sono problemi che dovevamo e dovremo affrontare.

Da presidente di Anceferr  - ricordo che siamo un’associazione di 58 aziende che intervengono nella realizzazione e nella manutenzione delle opere civili e nella gestione delle emergenze della nostra rete ferroviaria –   cerco di far sentire la voce di una realtà importante per l’economia del Paese. Dodicimila lavoratori (6mila dipendenti diretti, 6mila tra subappaltatori, artigiani e trasportatori in rapporto preferenziale); un bilancio annuo complessivo (2019 ) pari a 2,2miliardi di euro, lo 0,2 percento del Prodotto interno lordo se si sommano dipendenti e bilancio di filiera, sono numeri che ci danno l’autorevolezza di intervenire per il permanere delle condizioni di sicurezza dell’infrastruttura ferroviaria e dunque la sicurezza del trasporto merci e la tranquillità dei viaggiatori. E per il rilancio del Paese. 

E non c’è rilancio, a nostro avviso, se non si scommette sulla qualità. Per quello che faremo anche nel piano condiviso con l’Europa che ci dà tempo fino al 2026, ma per quello che dobbiamo fare ogni giorno, a partire da domani, Anzi, da ieri.

Come Anceferr ci siamo prefissi, fin dalla nostra costituzione in associazione, di innalzare il livello qualitativo delle imprese del settore e di farcelo riconoscere dal nostro - praticamente unico - committente, Rete Ferroviaria Italiana e da tutti quei soggetti, individui e organizzazioni – gli stakeholder – coinvolti nei progetti che portiamo a termine. Abbiamo iniziato il processo di qualificazione già da 15 anni, dunque, sia perché il nostro committente, ce l’ha chiesto, ma anche perché abbiamo sentito l’esigenza, abbiamo avuto la possibilità e abbiamo capito che la strada della qualificazione era quella giusta. Per parlare di qualificazione, però, bisogna ripartire dalla definizione di impresa. Per noi impresa significa progettualità, organizzazione, disponibilità di risorse finanziarie, di mezzi, di uomini, di maestranze e tecnici qualificati e specializzati. Una sorta di curriculum che racconti qual è la storia aziendale: ha cambiato nome, ragione sociale? E’ fallita? Oppure è sul mercato da 20, 30 anni e mantiene gli stessi lavoratori per lustri? Una forza lavoro stabile è garanzia di qualità e significa che l’imprenditore ha investito in mezzi all’avanguardia e sulla preparazione e la professionalità del dipendente.

 Da oggi, anzi, da ieri, servono una serie di garanzie perché il mercato possa essere omogeneo nell’assegnazione degli appalti, soprattutto quelli pubblici, perché la competizione debba basarsi sull’affidabilità. Non può bastare essere iscritti alla Camera di Commercio per definirsi impresa di costruzione!

E se parliamo di qualità, allora non possiamo tollerare che le gare siano vinte da chi attua di fatto il massimo ribasso. Oggi purtroppo assistiamo ancora a competizioni per assegnazioni dei lavori nelle quali l’offerta tecnica perde qualsiasi importanza perché alla fine la parte economica arriva a valere 30/40 punti su cento. Cosa significa questo? Significa che ad aggiudicarsi l’appalto potrebbe essere un disperato, uno che pur di aprire il cantiere è disposto cedere su tutto. Dal rispetto della sicurezza alla qualità dei materiali e all’efficienza della strumentazione.

Da oggi, anzi da ieri, è necessaria una norma che dia all’offerta economica soltanto al massimoil 10% del punteggio per l’assegnazione di un’opera. L’ente che indice una gara, si sa, già indica un prezzo di mercato tenendo conto di quello che chiede di realizzare. Come si può pensare allora che, legalmente, si possa risparmiare fino al 40%? Sarebbe facile correggere tale stortura introducendo banali calcoli matematici della determinazione del punteggio, peraltro già utilizzati da altre amministrazioni.

Rispettando la legge, naturalmente, la competizione ci deve essere, ma perché questa sia sana bisogna ripensare le procedure di gara - una gara da 10 milioni non è la stessa di una da 500 milioni – e uniformare i bandi in modo tale che tutti quanti ci concentriamo sempre sui medesimi argomenti da valorizzare.

Il  neo ministro Enrico Giovannini ha più volte detto di aver lavorato alle semplificazioni fin dal primo momento del suo insediamento, ma il governo precedente ha messo a punto il decreto n.76/2020 lasciando però inalterato un sistema di lungaggini ataviche aggravate dallo smart working dietro il quale molti uffici della PA si nascondono per giustificare l’ingiustificabile. Un blocco che, secondo il ministro, ha come causa anche il depauperamento di professionalità che ha subìto la nostra pubblica amministrazione oltreché la mancanza di coordinamento tra ministeri, quali quello della Transizione ecologica e quello dei Beni Culturali che intervengono nella valutazione di impatto ambientale spesso all’origine di rinvii e tempi dilatati. Nel luglio scorso, mentre si scriveva il decreto, abbiamo chiesto un intervento sul Codice degli Appalti perché si attuasse una piena digitalizzazione delle gare, una riduzione dei tempi di verifica dei requisiti sull’aggiudicatario di un appalto, la pubblicazione di una edizione ufficiale del Codice alla quale fare finalmente riferimento in maniera univoca. Tempi certi, revisione della disciplina dei subappalti, riduzione degli oneri documentali ed economici, argomenti che ritroviamo nel testo ufficiale del PNRR che il presidente del Consiglio Mario Draghi ha presentato alle Camere e che noi ripetiamo come un mantra ad ogni occasione. Perché insisto, Anceferr, non vuole mani libere  - come dimostra anche la nostra condivisione della congruità del Durc, il Documento unico di regolarità contributiva che riconosce un elemento che contraddistingue una vera impresa, ovvero la congruità dell’incidenza della manodopera relativa allo specifico intervento -  ma esige di poter lavorare con interlocutori che sappiano quel che chiedono e che non ostacolino l’avvio e il proseguimento di opere necessarie a far muovere il Paese in sicurezza. Con, dentro e oltre le opere del PNRR. Perché nel Piano ci sono imprese alla nostra portata, alle quali la strumentazione e le specializzazioni degli associati Anceferr, servono per la qualità e la celerità di realizzazione. Bisogna calibrare gli interventi in modo che anche il nostro contributo possa servire a vincere la scommessa sul futuro dell’Italia.   

La manutenzione, il nostro core business, non è e non poteva essere il cuore del piano europeo che nasce dalla tragedia del Covid e dalla presa di coscienza collettiva che tutti abbiamo bisogno di tutti per proteggerci e per ripartire. Ma la transizione ecologica, la tutela del territorio, la mobilità sostenibile non si realizzano soltanto con le nuove opere, pure necessarie in un Paese come il nostro che sconta anni di paralisi. Serve un altro piano, tutto nostro come dimostrano vecchi, nuovi e drammatici disastri, per il recupero dell’infrastruttura esistente ed in particolare per l’infrastruttura ferroviaria esistente. Con i nuovi vertici di RFI, in un primo, fruttuoso incontro, abbiamo convenuto sulla necessità di continuo confronto al quale arriveremo con le nostre priorità, ma soprattutto con il consueto spirito di collaborazione che contraddistingue i nostri rapporti.

All’ Amministratrice delegata Vera Fiorani abbiamo ricordato che l’eccezionale aumento del costo dell’acciaio, accresciutosi nel periodo novembre 2020-febbraio 2021 del 130%, così come per altri aumenti di materiali di primaria importanza per l’edilizia, ha costituito un non prevedibile importante aggravio di spesa su incarichi assunti dalle nostre imprese, impegnate lungo la rete ferroviaria italiana in numerose opere di rinnovo che interessano ponti, viadotti, travate metalliche e nella cui realizzazione l’acciaio riveste un ruolo predominante. Le attuali norme regolatrici degli appalti non contemplano meccanismi di revisione dei prezzi al verificarsi di eventi così imprevedibili, ed è ingiusto che l’entità dei rincari provochi ulteriore sofferenza economica a imprese che non hanno mai chiesto nulla. Per questo il nostro appello va al nostro committente, ma anche alla politica, ai ministri competenti, perché venga predisposto un intervento normativo urgente attraverso il quale riconoscere alle imprese gli incrementi straordinari di prezzo intervenuti.

Ho cominciato a scrivere parlando di resilienza.  Voglio concludere ripartendo proprio dal significato di questo ormai insostituibile sostantivo. Abbiamo dimostrato in questi drammatici mesi la capacità di assorbire l’urto della pandemia senza “romperci”.  Come per il Covid, lo sforzo dev’essere collettivo, perché la ripresa da questa inimmaginabile crisi, dipende anche da quello che avremo imparato. Dal sanare errori del passato che hanno reso ancora più difficile la resistenza a un virus pericoloso. Qualità, semplificazioni, controlli, programmazione, investimenti, ascolto…sono le medicine giuste. Da oggi, anzi, da ieri!

(*)Presidente ANCEFERR

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